Il futuro di Android e la caccia al “font” perfetto

Intervista a Matías Duarte, Team Manager Android.

«Qual è la cosa di cui vado più orgoglioso nell’ultima versione di Android? Roboto». Non le nuove funzioni o la fluidità superiore o le prestazioni migliorate. Ma Roboto. Che è il font, il carattere tipografico dell’ultimo sistema operativo di Google. Matías Duarte (nella foto) sorride mentre osserva i frutti del suo lavoro da una balconata che troneggia sull’enorme stand di Google al Mobile World Congress, la fiera mondiale dedicata ai dispositivi mobili. A 38 anni questo informatico di origini cilene, laureato in Computer Science all’Università del Maryland, ricopre uno dei ruoli chiave nell’industria della telefonia: in Google è il direttore del gruppo che si occupa della «User Experience» di Android, il sistema open del gigante di Mountain View. «Preferiamo chiamarla “Esperienza utente”, perché “Interfaccia” è un termine limitante. Ci occupiamo dei singoli pixel della grafica del sistema, ma anche delle transizioni quando si passa da una schermata all’altra, dei suoni. Insomma di tutto quello che la gente trova quando apre la scatola del suo telefono e lo accende».

Duarte, basette lunghe e camicia hawaiana, dimostra meno della sua età. Ma ha una lunga esperienza: nel suo curriculum ci sono una trentina di brevetti e soprattutto il delizioso design di WebOs, sistema operativo di Palm/Hp fallimentare nelle vendite ma amato dalla critica. Il font Roboto è una delle tante novità di Ice Cream Sandwich, l’ultima versione (la 4.0) di Android. Steve Jobs era un maniaco della caccia al carattere tipografico giusto. E a Google, che di Apple è fiera rivale, la lezione è perfettamente chiara. «La scelta del font sembra un dettaglio minuto — spiega Duarte per giustificare la sua preferenza —. Ma se pensate alle email, alla rubrica, al calendario e così via, vi accorgete che una bella fetta di informazioni che ottenete dal vostro smartphone è veicolata attraverso il testo. Sembra un particolare, invece il carattere tipografico è lo scheletro di tutta l’interfaccia». Per Google, Ice Cream Sandwich, che è la prima versione di Android a girare allo stesso modo su telefoni e tablet, è «una pietra miliare». Duarte: «È più solido, più facile e più veloce da usare grazie all’abolizione del tasto Menù». Poi guarda avanti, perché la concorrenza non sta certo ferma: «Abbiamo raggiunto un certo livello, ma siamo distanti dalla meta. Dal punto di vista delle rifiniture, della fluidità e della qualità delle animazioni».

Una sfida difficile perché Android, a differenza del rivale iOs di Apple, è studiato per funzionare potenzialmente su qualunque dispositivo, da uno smartphone con 3 pollici di schermo a un televisore da 60 pollici. Il segreto del suo successo ma un problema per chi fa il lavoro di Duarte: «È uno dei motivi per cui sono venuto a lavorare su Android: è una sfida. Se pensiamo a un futuro guidato dalla tecnologia, non possiamo immaginarlo come legato a un’azienda o un sistema operativo o a una sola dimensione del display. L’unico modo per entrare in quel futuro è una piattaforma aperta che si adatti alle esigenze di chiunque». Il futuro prossimo si chiama Jelly Bean, la versione di Android prevista in uscita per la seconda metà dell’anno, ma su cui Duarte non si sbottona. Il futuro remoto dell’interazione con le macchine invece gli fa luccicare gli occhi: «Controlli vocali? Riconoscimento dei volti? Touchscreen? Io incoraggio il mio team a pensare a comandi che utilizzino tutte queste modalità in contemporanea. Parleremo con la macchina, poi toccheremo lo schermo, poi useremo lo sguardo e così via. Se pensiamo alla fantascienza ci sono opere feconde, seminali, come Minority Report, dove Tom Cruise non usa un touchscreen ma schermi virtuali e intanto parla e interagisce con l’ambiente circostante. Per questo abbiamo progetti di ricerca che ci facciano ragionare non sui limiti tecnologici di oggi o di domani, ma su quelli che ci saranno tra 5 anni o più».

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